Governo, governismo e governite (acuta).

Se provassimo ad immaginare cosa diverse figure storiche avrebbero risposto alla domanda “Che cos’è il governo?”, forse ci troveremmo davanti Luigi XIV di Francia in parrucca ed ermellino intento ad indicare se stesso, il Cardinale Richelieu che lo guarda di traverso e torce il pizzetto in un sorriso sornione, o un qualche teorico del totalitarismo novecentesco a scandirci con foga ideologica che queste distinzioni fra poteri sono superate e che il popolo ha già indicato una sua guida. Al loro coro forse si potrebbe aggiungere da lontano l’Imperatore di Guerre Stellari, lì pronto ad insinuarci il subdolo dubbio che la risposta alla crisi politica della galassia risieda in un nostro conflitto interiore. A me piace parafrasare un grand’uomo, l’ex ministro del Tesoro Padoa-Schioppa, e dire che il governo è una cosa bellissima, quella cosa che permette più di ogni altra di contribuire a cambiare una società, ad adattarne forme e contenuti alle priorità e ai cambiamenti che da essa stessa sorgono.

Se il governo è una cosa bellissima, l’ambizione di arrivare al governo è allora un qualcosa di potenzialmente meraviglioso: è il desiderio di trasformare in concretezza le proprie idee e visioni, è un obiettivo che può radunare persone e movimenti anche diversi, insegnando a ciascuno quanto sia necessario tenere conto della pluralità degli interessi, delle situazioni e dei problemi. Questa ambizione potremmo forse allora chiamarla governismo, se questo non è una partigiana propaganda genuflessa al potente di turno, ma l’attitudine a cambiare i processi e le vicende storiche governandoli (in piccolo come in grande), una fattiva e positiva aspirazione ad arrivare più in alto, una vocazione a rappresentare la maggioranza del Paese (o di una città, di un gruppo di persone, …) e al contempo ad esprimere e considerare gli interessi di tutti, anche degli “altri”.

Quindi tutto bene? Andare al governo è sempre una cosa bellissima? Beh, no: le cose sono più complicate di così. E non solo perché la politica è tanto altro, oltre al “solo” governo (protesta, proposta, coscienza collettiva, educazione alla democrazia, …).

Se la fisiologia dell’ “andare al governo” è questa, la medaglia ha anche un’altra faccia. Per essere in grado – da una posizione di potere – di cambiare in meglio la società che si sta governando, servono idee chiare e capacità precise non solo nell’analisi dei problemi e nell’individuazione delle soluzioni, ma anche nel sapersi tenere in sintonia con la società della quale si è espressione, nel sapere programmare e spiegare, nel soppesare sguardo al futuro e preoccupazione per il presente. Queste capacità – come il coraggio per don Abbondio – uno non se le può dare. Sono frutto di un’azione collettiva lenta e faticosa, la cui mancanza noi di centrosinistra abbiamo rinfacciato per un decennio tante volte agli esponenti del Movimento 5 Stelle (ops, l’ho nominato!), accusandolo da ultimo di essere arrivato al governo senza essere in grado di governare. Un’accusa che, non solo in questo momento contingente, dovremmo tenere a mente.

La patologia dell’ “andare al governo” ha infatti anche un’ulteriore aspetto, nel quale ora purtroppo casca il PD (e non solo lui, per carità). Forse potremmo chiamarla “governite”, ma al di là dei nomi che vogliamo coniare dobbiamo in coscienza affrontare il problema di chi non sa stare lontano dal governo, di chi fa politica e non è in grado di affrontare la realtà di un Paese da alcun’altra posizione che non sia quella comoda e onorata delle “stanze dei bottoni”. Non è una questione di contingenza, di entrata o meno nel Governo Conte II (che a me non piace, ma chi se ne frega). È una questione di capacità democratica, di attitudine a stare in democrazia, accettarne le regole scritte e quelle immanenti. Certo, in tempi di mancanza o estrema fragilità di qualsiasi rete associativa e di debolezza acuta dei corpi sociali “intermedi”, la robustezza dell’apparato di governo consente una visibilità e capacità d’azione politica altrimenti impossibili. Ma se l’Italia ha espresso – nel giro di cinque anni – prima il 41% al PD, poi il 33% al Movimento 5 Stelle e non più tardi dell’altra sera il 34% alla Lega di Salvini, non è semplicemente allontanando quest’ultimo dal Viminale che si risolve qualcosa delle cause che muovono a risultati così estremi un elettorato ormai sbriciolato e dimentico di qualsiasi storia e geografia politiche.

Salvini è un sintomo – e non la causa – di un sentimento diffuso e di una profondità vertiginosa, fatto di invidia sociale, ansia per il presente e desiderio per il futuro di un cambiamento profondo della società e di una riscossa personale. Questo clima che va ben oltre le percentuali che la Lega potrà prendere e chiama in causa la relazione dell’intero corpo elettorale con gli eletti che esso stesso esprime a qualsiasi latitudine politica. L’alternativa a tutto questo non si comincia dalle nobili stanze di governo. Al massimo potrà in esse sfociare quando e se il centrosinistra italiano (a me interessa questo, sorry!) sarà davvero il frutto di questa società, delle sue pulsioni e dei suoi sentimenti e non la prosecuzione dinastica di classi dirigenti con indubbie capacità tecniche, ma nate sotto un altro cielo, incomprese per definizione e quindi per vocazione.

Sì, Salvini andava sfidato al voto (lo ha detto oggi in una saggia intervista anche Arturo Parisi). Voto che molto probabilmente avremmo perso. Amen! Va bene così! La democrazia è quando votano tutti, non quando vinco io. E nel tempo che questo avrebbe dato al Paese si sarebbe finalmente dovuto rinnovare l’apparato politico del presente, ringraziando le tradizioni del recente passato, ma sapendole superare e guardando al Paese che vorremmo non a dicembre dopo la finanziaria, ma da oggi al 2050 (quando gli ipotetici figli di me trentunenne dovranno decidere che lavoro fare, la butto lì). Spiace ammetterlo, ma a fare entrambe le cose contemporaneamente – costruzione della prospettiva futura e gestione della necessità impellente – non siamo capaci. E dal momento che il fenomeno Salvini è un prodotto delle aspettative che la società italiana ha su se stessa e sulla sua prospettiva futura, sicuramente non è la via del governo della quotidianità ad allontanarci dalla prospettiva che dopodomani a Palazzo Chigi ci sia qualcuno che la pensi come lui. Che poi si chiami Matteo Salvini conta il giusto.

Adesso invece – grazie ai grandiosi passi verso il sol dell’avvenire garantitici dal compagno avv. prof. dott. Conte – cominceremo a discutere del comma e della virgola, di 25 miliardi da trovare e delle pensioni da riformare, ma il popolo lavoratore sarà sicuramente ed ampiamente sollevato nel vedere qualche compagno sottosegretario a litigare con Toninelli e la Taverna sul decreto-salva-non-so-cosa. Governite acuta mentre il corpo elettorale guarderà attonito ad eletti dei quali, da tempo e dimostratamente, non è più disposto a fidarsi.

Auguri a tutti, dunque, in primo luogo a Giuseppe Conte, l’avvocato del popolo diventato statista di fronte all’horror vacui delle urne. Almeno per lui, spero, il governo sarà una cosa bellissima!

Dedicato al discutere di politica e di comune futuro con gli amici… anche questa una cosa bellissima!

Appunti danubiani 2018

Cari amici ed amiche,

a metà 2018, nel bel mezzo di una delle estati più calde nella storia della Germania, abbiamo lanciato un nuovo blog – Kater – curato da italiani che vivono nel grande paese a nord delle Alpi e che hanno voglia di raccontarlo senza le distorsioni che spesso si leggono nella stampa italiana. L’idea è del francofortese Edoardo Toniolatti, che ringrazio per avermi arruolato in questo progetto. Insieme a Kater, è iniziata una bella collaborazione con Francesca Lozito di Radio InBlu: insieme a lei abbiamo parlato di diversi temi di politica e società tedesca, cercando di portare sulle frequenze radiofoniche lo stile e alcuni temi cari e propri di Kater.

Io mi sono occupato a più riprese di società e, nello specifico, di trasmissioni televisive, la cui popolarità e ricezione dicono molto di caratteristiche, tratti e temi importanti della e nella società tedesca. È senz’altro il caso di “Tatort”, serie poliziesca in onda dal 1970 ed ormai diventata una colonna portante dell’immaginario collettivo tedesco. Ne ho scritto qui (Tatort, il sismografo della società è sulla scena del delitto – 05.07.2018) e poi parlato in radio qui (“Tg e non solo” del 03.09.2018). Anche della nuovissima serie “Babylon Berlin”, un boom di successo per pubblico e critica che ha riportato un’attenzione positiva sugli anni della democrazia di Weimar, ho scritto su Kater, in questo articolo (Weimar non è mai stata così cool – 24.11.2018).

Alla politica tedesca ed in particolare alle elezioni bavaresi che si sono svolte il 14 ottobre scorso abbiamo dedicato tanto tempo ed attenzioni. Un quadro “previo” del dietro le quinte politiche lo avevamo fatto fin da luglio (Il condominio dei rancori: Merkel, Seehofer e le eterne liti all’ombra della Cancelleria – 18.07.2018), mentre nell’assolato agosto mi sono sentito in dovere di rispondere al quadro, falso, che Il Venerdì di Repubblica aveva fatto delle elezioni in Baviera, pronosticando un trionfo di forze neonaziste che non s’è avverato (Altro che “cuore oscuro”: la Baviera guarda al centro – 25.08.2018). Nell’imminenza delle elezioni ho poi pubblicato un quadro dei rapporti di forza politica (In Baviera il nero non sta bene su tutto – 14.09.2018), mentre all’indomani del voto ho cercato di evidenziare alcuni tratti salienti dei risultati, riassumibili nella frase “A destra non si guadagnano più voti di quelli che, facendo ciò, si perdono al centro” (articolo del 24.10.2018, uscito in forma lievemente rivista anche su YouTrend). Altre ben più acute analisi sulle elezioni in Baviera ed Assia a firma di Luigi Daniele ed Edoardo Toniolatti potete trovarle sul sito di Kater.

Di politica bavarese e tedesca abbiamo poi a più riprese parlato su Radio InBlu con Francesca Lozito, lanciandoci in previsioni che – finora – abbiamo sempre azzecato! Di Baviera abbiamo parlato nelle puntate del 10 e del 15 ottobre (rispettivamente subito prima e subito dopo il voto), mentre l’anno è stato chiuso in bellezza da una chiacchierata (puntata del 10.12.2018) sul congresso della CDU che ha eletto in Annegret Kramp-Karrenbauer (“AKK”) la successora di Angela Merkel alla guida del partito cristianodemocratico e – chissà!? – forse presto o tardi anche alla guida del governo tedesco.

Nella foto, giovani elettori bavaresi si godono il sole del tramonto a Ratisbona/Regensburg.

A me non resta che ringraziare per l’attenzione tutti quelli che ci hanno seguito, invitarvi a seguire senza indugi Kater e Radio InBlu e sperare di riuscire a raccontare ancora meglio eventi e temi interessanti nel nuovo anno 2019.

Edo

Fico, Casellati, Napolitano: Tre discorsi sulla nascita della democrazia populista

Come tre fotografie dello stesso soggetto scattate da punti diversi possono apparire contemporaneamente diverse e simili, così tre discorsi tenuti nelle aule del nuovo Parlamento il 23 ed il 24 marzo scorsi – quelli dei neo-eletti Presidenti Roberto Fico (Camera) e Maria Elisabetta Casellati (Senato) e di Giorgio Napolitano nella sua funzione di Presidente provvisorio del Senato – sono espressione di prospettive radicalmente differenti, ma concordano intimamente sul loro oggetto: la nascita della democrazia populista.

Non è una affermazione facile, dire che sia nata la democrazia populista. Ma è vera. Perché sbaglierebbe chi parlasse in toni apocalittici dell’ultimo risultato elettorale come se esso significasse la tomba della democrazia, ma sbaglierebbe forse ancor di più chi non ne riconoscesse il carattere di cambiamento di un’epoca politica. I tre Presidenti lo dicono all’unisono: il voto del 4 marzo “non solo ha travolto certezze e aspettative di forze politiche radicate da tempo nell’assetto istituzionale e di governo del Paese; esso ha messo in questione tradizioni, visioni, sensibilità, che erano a lungo prevalse” (Napolitano); le Camere del nuovo Parlamento devono dunque “riflettere i cambiamenti profondi di un quadro politico per molti versi inedito” (Casellati) ed “intercettare lo spirito di cambiamento che anima l’Italia del 2018 e che i cittadini hanno espresso così chiaramente con il voto del 4 marzo” (Fico).

In un’ideale, certo non programmata ma cionondimeno assai efficace divisione di ruoli, il discorso di Fico identifica con chiarezza in cosa consista questo inedito cambiamento del quadro politico e quindi in cosa stia la novità, il discorso di Napolitano cerca di fissare i limiti entro i quali questa novità può ragionevolmente dispiegarsi, mentre il testo di Casellati parla della ed alla “altra” Italia, quella che non ha chiesto questo cambiamento e che, pur minoritaria, esiste ancora ed ambisce legittimamente una rappresentanza nelle Istituzioni. Fico definisce, Napolitano delimita, Casellati include.

Sul discorso di Napolitano c’è da fare una piccola nota. Come avvoltoi affamati diversi commentatori ed osservatori sono lanciati sulle due succose mezze frasi del Presidente emerito che trattavano del PD. L’approccio è umanamente comprensibile, dal momento che veniamo da minimo un decennio in cui il principale partito del centrosinistra era massicciamente sovra-rappresentato nella mente e nei pensieri di chi commenta e agisce la politica (realtà che non gli ha certo giovato), ma nel contenuto questo rappresenta un errore: Napolitano non ha parlato al PD, ha parlato del PD ai “movimenti e [alle] coalizioni che hanno compiuto un balzo in avanti clamoroso nel consenso degli elettori e che quindi di fatto sono oggi candidati a governare il Paese”, spiegando perché la responsabilità di governo debba essere assunta da loro e non possa essere scaricata sull’uscente partito di governo.

Del discorso di Roberto Fico, ciò che salta all’occhio (o all’orecchio) è l’utilizzo costante – come un mantra – della parola “cittadini” (15 volte in una manciata di minuti). Ad essere qualificante è l’interpretazione, ortodossa dal punto di vista grillino, che a tale parole viene data. Il Presidente della Camera si rivolge fin dalla prima riga “a tutti voi [deputati] e a tutti i cittadini”, rendendo chiaro che quindi si tratta di due categorie diverse e soprattutto separate. Il concetto ritorna più e più volte, chiarendo che il rapporto che lega Parlamento e “cittadini” non è quello della rappresentanza, ma quello della fiducia. Per Fico è “centrale un Parlamento in cui i cittadini possono fidarsi”:

Qui [in Parlamento, ndr] si deve intercettare lo spirito di
cambiamento che anima l’Italia del 2018 e che
i cittadini hanno espresso così chiaramente con
il voto del 4 marzo.
Le istituzioni sono assolutamente tenute a
farsi carico della richiesta di cambiamento,
se non vogliono diventare vuote e inaridirsi.

 

Il rinnovo periodico su base democratica e il concetto stesso di rappresentanza del popolo sovrano non rilevano minimamente: le “istituzioni” sono qualcosa di altro, su cui grava la minaccia di “diventare vuote ed inaridirsi” a meno che non esse non si guadagnino questa “fiducia”. Tale fiducia è però un sentimento (provato dal fatto che Fico stesso la accosta a verbi tipicamente emotivi come “sapere” e “riporre” o al concetto morale di “esempio quotidiano”), non certo un rapporto di appartenenza o di rappresentanza, meno che mai una categoria giuridica. Nella democrazia populista ciò che definisce compito e ruolo del Parlamento è dunque un sentimento collettivo, una non specificabile (come tutti i sentimenti) vox populi, che porta il nome di “fiducia“. Ci si fida però di qualcun altro, di qualcuno che sia altro da me: infatti secondo la più classica retorica grillina (ed in questo populista) l’intero discorso è impostato sul doppio binario “noi parlamentari” e “cittadini” là fuori. Noi-loro. La svolta concettuale rappresentata dall’avvio della democrazia populista è l’acquisizione, l’interiorizzazione di una dinamica noi-loro. Per i grillini l’asse noi-loro separa principalmente cittadini ed istituzioni, per altre forze populiste (Lega e Fratelli d’Italia) il noi-loro divide italiani e stranieri. Non una distinzione di grandissimo rilievo, onestamente.

Sommate, queste tre forze, che hanno esplicitamente incarnato la democrazia del noi-loro, la democrazia governata dal sentimento collettivo e dalla divisione del Paese in categorie per natura contrapposte (cittadini-politici; italiani-stranieri), hanno preso 18 milioni di voti, il 55% del totale, scardinando completamente (fino alle più sperdute frazioni dei più piccoli comuni) geografia e storia delle dinamiche politiche sin qui conosciute. Hanno dunque, ed è Giorgio Napolitano a dirlo chiaramente, il compito ed il dovere storico di governare. Il Presidente emerito pone però ai populisti dei paletti, delimita il campo entro il quale possono dispiegare la loro forza di cambiamento senza che essa diventi distruttiva. Anzitutto l’Europa:

Con le Istituzioni europee le nuove forze di governo e di opposizione italiane avranno da discutere e far valere le loro proposte circa gli indirizzi da seguire già tra breve in Europa. Ma nel quadro imprescindibile di rapporti anche giuridici e di interessi internazionali, rispetto a cui nessuno può pensare di ripartire da zero. Anche perché all’integrazione europea si debbono conquiste che nel nostro sentimento più profondo ci appartengono e che nessuno di noi può, a cuor leggero, lasciare che si dissolvano.

Il secondo avvertimento di Napolitano (per i cui moniti dal Quirinale il comico Crozza aveva magistralmente coniato come neologismo il verbo “monitare”) è interno e ne chiude il discorso, in analogia con l’articolo 139 della Costituzione sulla “forma repubblicana dello Stato”. La democrazia populista può ed anzi deve assumersi ora il compito di rappresentare e governare il paese secondo il proprio punto di vista, ed è dunque “meritorio e importante il fatto che le forze pronte a governare il Paese sulla base del consenso degli elettori abbiano dichiarato di volersi assumere le proprie responsabilità nel senso di evitare derive distruttive per il Paese”, tuttavia:

la nostra, non possiamo dimenticarlo, è una democrazia rappresentativa, nei suoi fondamenti ideali e funzionali, cui corrisponde una forma parlamentare di governo. Quella fu e rimane la scelta meditata dell’Assemblea Costituente. Nostro dovere è irrobustire quella scelta che non presenta nessuna sostenibile alternativa.
Nel solco ideale della Costituzione repubblicana ogni evoluzione e trasformazione sollecitata dalle più ampie espressioni della volontà popolare può essere messa validamente alla prova.

L’annotazione non è marginale, dal momento che è fatta a forze che si richiamano esplicitamente a forme di governo non parlamentari, vuoi per il richiamo alla potestà decisionale diretta dei “cittadini”, vuoi per l’esplicita simpatia verso modelli istituzionali più tendenti al rafforzamento del vertice dell’esecutivo. Il modello parlamentare scelto dal Costituente e l’ancoraggio europeo sono dunque per Napolitano le due colonne d’Ercole che la fase populista della nostra democrazia non può permettersi di valicare.

Il discorso di Maria Elisabetta Alberti Casellati chiude idealmente questa trilogia. In quasi esplicita contraddizione al concetto di “fiducia” esplicitato da Fico, la nuova Presidente sceglie di incastonare all’inizio del proprio discorso la più classica definizione di democrazia rappresentativa:

Le forze politiche, pur nella dialettica dei ruoli diversi che si andranno a definire nelle prossime fasi del quadro istituzionale, esprimono tutte l’intera collettività: la consapevolezza condivisa della comune legittimazione è una condizione essenziale per un buon governo.

Tono ed incedere del discorso della giurista veneta rendono evidente la sua consapevolezza che questa visione sia oggi in minoranza. Casellati non rinuncia tuttavia a raccontare l’altra Italia, quella che ha perso, quella per cui la politica non è essere portavoce ma rappresentanti di un Paese con le sue preoccupazioni quotidiane e concrete, quella per cui un richiamo storico non è noioso orpello ma portatore di significato per l’oggi (e Casellati si avvale, anche qui in divergenza con Fico, di numerosi richiami storici, partendo dall’ormai lontano Risorgimento fino al passato più recente). La Presidente del Senato racconta il Paese che ha perso: quello di chi si è astenuto (dato ovviamente omesso, in funzione auto-legittimante, dai vincitori), quello del ruolo di “Paese fondatore della Comunità europea”, quello di “protagonista” nella “comunità internazionale”, quello di chi nelle Istituzioni, con la toga o con la divisa, vive “rappresentando la Patria”. Non è un caso che il discorso di Casellati sia stato accolto con consenso nell’aula più vistosamente dalle forze sconfitte alle ultime elezioni (anche a sinistra dell’emiciclo) che non da quelle vincitrici. Possiamo dire che sia stata questa la sua intenzione: includere, dare voce anche nella fase populista della nostra democrazia a chi populista non è, alla minoranza culturale e strutturale del corpo elettorale.

Malato, cura te stesso.

Non sappiamo che numero prenderà nella cronologia delle leggi, ma la disciplina “in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento” approvata in queste ultime giornate di attività parlamentare del 2017 è senza dubbio una delle pagine più salienti della legislatura che sta per chiudersi. È importante, per i tempi correnti, sottolineare che la legge approvata è anche sostanzialmente “parlamentare”, segno di una non (del tutto) esaurita capacità delle assemblee rappresentative di esprimere una volontà chiara in materie non banali, che toccano persino l’esistenza in vita delle persone.

È anche giusto mettere le cose in fila. Questa legge segue decenni di giurisprudenza contrastata e, a tratti, “legiferante”, di fronte alla quale il Parlamento si era dimostrato esitante e lacerato (ricordiamo in tanti le scene di cui si connotò l’aula del Senato nel febbraio 2009, quando il Presidente Napolitano rifiutò di emanare un decreto-legge in questa materia). Se c’è una tradizione nella quale questa normativa s’inscrive è quella delle leggi sull’amministrazione di sostegno (2004), l’affidamento condiviso dei figli (2006) e le cure palliative (2010): tutti tentavi genuinamente parlamentari di regolare in modo innovativo, non dirompente ed equilibrato materie assai sensibili e fino a quel momento sfuggite dalla mano del legislatore.

Nel contenuto, quella approvata è una legge “di principio”, e questo con un doppio significato. Da un lato, non s’incespica in regolazioni di dettaglio, ma rimane “generale ed astratta” come ogni buona legge dovrebbe essere. Dall’altro lato, la legge esprime un principio, dà cioè un’indicazione chiara, una direzione alla luce della quale muoversi. L’approccio di fondo della legge è un’attualizzazione di un principio costituzionale non banale, quello della libertà individuale nella scelta delle cure (art. 32 co. 2 Cost.). Ad acquistare un’accresciuta importanza è, con questa normativa, la volontà del paziente, il quale viene chiamato a decidere sovranamente sulle proprie cure: andando un passo oltre il concetto di “consenso informato”, la legge riconosce alla “volontà del paziente” il carattere di una vera e propria autodeterminazione terapeutica.

Lungi dall’idea di un self service della medicina, il Parlamento mette il malato nella condizione di decidere pienamente se e per quanto tempo curarsi e, qualora necessario, chi possa decidere al posto suo. La legge non è però né pilatesca, né vuota di contenuto; al contrario, essa afferma – come accennato – una direzione chiara nella quale muoversi: quella del diritto alla vita (il primo ad essere citato all’inizio dell’art. 1), alla dignità del malato e del divieto di accanimento terapeutico (o, meglio, di “ostinazione irragionevole nelle cure”, cui è dedicato l’intero art. 2).

Ritengo sia falso affermare che si tratti di una legge sulla o addirittura per la eutanasia. Il Parlamento, giustamente, ribalta l’approccio e si preoccupa che ogni paziente possa conoscere per tempo le proprie condizioni e prospettive e decidere sull’inizio, la durata ed eventualmente l’interruzione delle cure. Che questa rinuncia possa comportare la morte del malato non aggiunge nulla alla realtà di una vita umana di per sé non eterna e di una medicina che non ha la pretesa di trasformarsi in magia: che sia quindi possibile per un malato mettere fine ad una cura o rinunciarvi fin dal principio (o in anticipo, con idonea dichiarazione) è qualcosa che attiene alla libertà ed alla dignità della sua persona, non oggetto ma soggetto delle cure. Del resto di diritti “a morire”, “alla morte” o ad essere “accompagnati nella decisione di morire” non v’è traccia, perché il legislatore ha scelto con coerenza la strada alternativa e positiva di un paziente che conosce e decide per tempo e di un medico che tutela più d’ogni altra cosa la dignità della vita, anche nella sua fase finale. Anche casi come quelli del Belgio, dove il minore malato è di fatto in balìa d’un “diritto di vita o di morte” da parte dei genitori, sono esclusi da un testo di legge che prefigge a genitori e medici lo scopo di una “tutela della salute psicofisica e della vita del minore” e di un “pieno rispetto della sua dignità” (art. 3 comma 2).

La natura “di principio” della legge, oltre ad esserne una sostanziale qualità, contiene tuttavia anche un rischio: quello che in caso di conflitto giudici estroversi e creativi si discostino da un testo che, per quanto chiarissimo, si ferma di fronte a confini che giustamente non spetta al legislatore varcare, cioè quelli della concretezza e dell’appropriatezza delle singole cure. Il legislatore non s’è messo il camice e non è entrato in corsia, lasciando la medicina ai medici. Se anche la giurisprudenza seguirà la stessa strada, questa legge sarà un successo. Se invece qualcuno sopra alla toga vorrà indossare divise altrui, la stessa legge potrebbe dimostrarsi debole e problematica. Se il testo avesse previsto, oltre ai prìncipi, anche istituti e limiti per il giudicare su questa materia, allora si sarebbe davvero scritto una pagina completamente positiva per chi calca, in qualsiasi veste, le corsie d’un ospedale.

Sulla Catalogna, lo Stato di diritto e la democrazia

Per parlare di Catalogna, la regione più orientale della Spagna, conviene fare qualche passo ancora più ad est. Sei giorni prima di quello catalano infatti, nel Kurdistan iracheno si è svolto un altro unilaterale referendum per l’indipendenza (dire sull’indipendenza sarebbe infatti disonesto), anche lì condannato dal governo centrale come illegittimo rispetto alla legalità costituzionale ed anche lì finito con uno scontato 90% dei voti favorevoli al distacco. Il caso-Barcellona non è quindi certo isolato, cosa che conviene ricordare per trattarlo con un po’ meno foga ed un po’ più di capacità d’astrazione (che altro non è che la lungimiranza sotto altro nome).

L’obiezione, fatta da più parti, che il distacco della Catalogna dalla Spagna (o del Kurdistan dall’Iraq, o del Kossovo dalla Serbia…) è da condannare perché «viola la Costituzione» è di per sé problematica. Affermare infatti che la volontà popolare può scavalcare le regole costituzionali sarebbe uno sfregio pericoloso ed irrimediabile allo Stato di diritto, quel principio basilare per il quale ogni potere è sottoposto alla razionalità, all’impersonalità e all’oggettività della legge. Affermare però il contrario, cioè che l’ordinamento giuridico può limitare fino all’annullamento la volontà popolare, non è certo più rassicurante. È un’obiezione da struzzi, e non da giuristi né da democratici, dire che “la Costituzione spagnola non prevede la secessione”: salvo rarissime eccezioni nessuna Costituzione prevede la secessione, perché ovviamente costituirebbe uno smembramento insopportabile dello Stato di cui quella Costituzione è espressione. Se bastasse il dato letterale, ciascuno Stato sarebbe intangibile e nessuna secessione potrebbe mai esistere, il che è francamente un assurdo storico.

Tenere insieme Stato di diritto e autodeterminazione dei popoli è però possibile, nel caso catalano ed anche negli altri casi di quei territori che ambiscono all’indipendenza. La soluzione è mettere volontà popolare e primato della legge non più in contrapposizione reciproca: la risposta è che si può (e si deve) superare la legge attraverso la legge. Ciò che può scavalcare i limiti posti da una (contingente) formulazione costituzionale non è la brutalità della forza (fosse anche una forza che si esprime attraverso le sole urne), bensì un’altra nuova formulazione costituzionale. Per arrivare eventualmente a questa, occorre tutto ciò che in Spagna è finora mancato: dialogo, riconoscimento reciproco e contesti ufficiali dove poter discutere i problemi con la volontà di risolverli. Il caso del referendum sull’indipendenza in Scozia del 2014 ne fu un buon esempio. Diversamente si passerà solamente da una prova di forza all’altra, esattamente il contrario tanto dello Stato di diritto quanto della democrazia.

Popolari e populisti fra incontro e scontro

Nel più grande Paese dell’UE le elezioni si sono appena svolte e lo svisceramento del loro esito è in pieno svolgimento, nella vicina e parimenti germanofona Austria il voto è in programma per l’ormai vicinissimo 15 ottobre ed il risultato sembra, sondaggi alla mano, essere chiaro. Quello che fra i (e nei) due Paesi differisce è l’atteggiamento delle formazioni politiche del popolarismo europeo verso quelle del montante populismo di destra. Incontro e scontro, alleanza e bastione sono termini che si incrociano in un ideale dibattito cui il centrosinistra d’Europa dovrebbe guardare con interesse. Le gradazioni della relazione politica fra popolari e populisti possono essere messe in una scala crescente, al centro della quale – tanto per cambiare – c’è sempre lei: un’Angela Merkel alle prese con la più difficile trattativa per formare un governo della storia tedesca.

Bacio fatale alla viennese. Nell’Austria a pochi giorni dal voto una coalizione fra il rimodellato Partito popolare del giovanissimo Sebastian Kurz (classe 1986) e la destra liberalnazionale della FPÖ appare essere alle porte. Già l’uso di “rimodellato” è eufemistico, tale è la svolta impressa da Kurz alla ÖVP: pieni poteri al leader del Partito come mai v’erano stati; nuovo nome alla formazione politica, che si presenta agli elettori non più con il proprio nome ma con quello di “Lista Sebastian Kurz – I nuovi popolari”; baricentro della proposta politica spostato verso la destra impaurente ed euroscettica. La strategia del giovane Ministro degli Esteri sembra pagare: se il voto confermerà il trend ormai consolidatissimo nei sondaggi, i popolari saranno primo partito con un discreto gruzzolo di voti e potranno allearsi con i populisti della FPÖ. Dopo oltre diec’anni anni alla guida di governi di grande coalizione, i socialdemocratici della SPÖ potrebbero non fare un crac clamoroso, ma quasi certamente finiranno all’opposizione di un governo che quindi si prefigurerà molto spostato a destra. Il baricentro della comunione d’intenti fra Kurz e la FPÖ sembra essere il rigetto della cultura inclusiva e comunitaria che ha caratterizzato l’Austria e la storia passata della ÖVP: il governo che sembra essere in procinto di nascere sarà all’insegna di un ringhioso egoismo, quello che socialmente predicano i liberalnazionali e che politicamente ha caratterizzato la riconversione dei popolari in partito leaderistico e personale.

In medio stat dubius: i dolori del giovane Markus. Venendo alla Germania, il risultato a due cifre della destra di AfD è stato per tutti, per quanto atteso, senz’altro eclatante. Mentre tuttavia un boom era prevedibile nei territori della ex Germania Est, dove la formazione populista aveva di recente già raccolto consensi notevoli (ad esempio il 23% alle elezioni statali in Sachsen-Anhalt nel 2016), inaspettata è stata la buona affermazione di AfD in Baviera, Land monopolizzato da una CSU da sempre ritenuta più a destra della CDU e con una forza politica tale da poter neutralizzare avversi scomodi. Stavolta non è andata così: la CSU è precipitata dal 50% al 38% mentre AfD si è piazzata ad un comodo 12,5% in Baviera, con punte del 17-18% in alcuni distretti elettorali. Ad un anno dalle elezioni statali bavaresi, il dibattito nel partito che esprime il capogruppo popolare a Strasburgo Manfred Weber (che della CSU è il vicesegretario) si è aperto su una domanda in realtà capitale: come si può fermare l’ascesa dei populisti? Le risposte sono state le più varie: se da un lato federazioni locali del partito hanno avviato iniziative congiunte con gli altri partiti democratico-costituzionali per marcare nettamente la distanza dai populisti e ridare vigore alle radici cattolico-democratiche, altri esponenti hanno invece indicato come necessario un recupero degli elettori finiti all’AfD mediante uno spostamento verso toni ed argomenti propri della AfD stessa, incluso l’euroscetticismo. A far da spettatore interessato il Ministro delle Finanze Markus Söder, avversario interno del leader Horst Seehofer: a parte una richiesta di rinnovamento motivata dalla débâcle elettorale gli uomini di Söder non hanno però sinora fornito una risposta convincente al dilemma, alimentando il sospetto che il partito sia in realtà dilaniato dal dubbio.

L’esempio di Münster ovvero la resistenza democristiana. Il collegio elettorale della città di Münster, capoluogo della Vestfalia, è subito balzato agli occhi degli osservatori perché lì i populisti di AfD hanno raccolto il loro peggior risultato di tutta la Germania, rimanendo contenuti entro la mitica soglia del 5%. Chi ha analizzato le ragioni di questo fiasco, isolato ma significativo, non ha tardato ad individuare il profondo senso comunitario della città vestfaliana, sede di una prestigiosa università e storicamente roccaforte cattolica nel Nord tedesco e baluardo elettorale della CDU (che infatti vi ha confermato un buon risultato). Non è fuori luogo ricordare che durante il nazismo il vescovo di quella città, Clemens von Galen, divenne celebre per le sue pubbliche condanne al regime ed alle sue barbarie, con un coraggio leonino che gli valse prima la porpora cardinalizia per mano di Pio XII e poi la beatificazione. Questa lunga storia intrisa di cultura, comunità e ribellione all’ingiustizia sembra ora aver scritto un’altra pagina, anche se è impossibile non notare che il peggior risultato alla destra nazionalista non è stato in un baluardo della sinistra, ma in un uno della CDU e del prestigioso ed aperto cattolicesimo renano. Può essere quindi Münster, più di Vienna o Monaco, un esempio interessante cui guardare per scoprire come i partiti di centrodestra possano con successo confinare anziché inseguire i populismi di destra.

Saprà Frau Merkel essere Bob Marley? Le trattative per la formazione del nuovo governo non vengono in Germania annunciate dalla compassata e ferma voce del Segretario generale della Presidenza della Repubblica, ma fervono già (anche se entreranno nel vivo dopo le elezioni in Bassa Sassonia previste per metà ottobre). I Verdi hanno nominato un team per le trattative con una tale celerità da far pensare che fosse già nel cassetto da prima delle elezioni, mentre i Liberali per ora preferiscono dar voce alla propria rabbia verso la decisione di Schulz di portare l’SPD all’opposizione, decisione che costringe i Liberali stessi a prender parte al prossimo Governo. Se degli atroci dubbi in casa CSU abbiamo detto, i fratelli maggiori della CDU guardano alla capacità di Angela Merkel di districarsi in questa ardua partita. Quello che finora appare sicuro è che sarà l’ultimo governo a guida Merkel e che quindi, a governo insediato, partirà inesorabilmente la partita per la successione di “Mutti” (letteralmente la “mammina”). Alcuni osservatori sostengono che sicuramente – dopo l’era merkeliana caratterizzata da un posizionamento del partito verso il centro e a tratti anche verso il centrosinistra – la CDU del futuro sarà più a destra. Più che un banale “vedremo” è però possibile rispondere guardando all’esperienza di governo che sta per aprirsi e che farà da chiosa all’era Merkel: se infatti la coalizione con un due forze chiaramente non populiste come Liberali e Verdi saprà permeare la CDU degli anticorpi necessari, una deriva “alla viennese” potrebbe non essere assicurata. Se invece questa ancor da iniziare esperienza governativa “giamaicana” (dalla combinazione dei colori dei partiti) si rivelerà deludente, una svolta a destra del maggior partito del maggior paese europeo potrebbe essere dietro l’angolo.

EDM – 1° ottobre 2017

Spade per “Re” Emmanuel, templi per “Regina” Europa

In queste ore il Presidente francese, Emmanuel Macron, sta ricevendo critiche da più parti, anche autorevoli, per il suo atteggiamento “regale”: il Parlamento convocato a Camere riunite nella reggia di Versailles, con Macron che sfila solenne fra statue marmoree e spade dei corazzieri, l’ultima prova di queste presunte manie da monarca del giovane statista.

(Etienne Laurent/Pool Photo via AP)

Non che Macron fosse nuovo ad uscite e pensate del genere (le aveva ben descritte Francesco Maselli durante la campagna elettorale francese) e del resto non è un caso che la figura del Capo dello Stato francese sia stata da lungo tempo definita, con le parole del costituzionalista Maurice Duverger, come quella di un “monarca repubblicano”.

C’è però di più. Uno Stato, un’istituzione hanno non solo bisogno di un volto (compito reso più semplice da figure chiaramente legittimate, com’è il caso di Macron ma non solo), ma vivono di un linguaggio simbolico che è e dà sostanza all’essenza stessa di quello Stato o di quella istituzione. La storica Barbara Stollberg-Rilinger parla di “una lingua politica delle forme che tutti gli interessati conoscono, quasi una sorta di vocabolario di base simbolico che è irrinunciabile per mettersi d’accordo sull’ordinamento comune”. Lei lo dice in riferimento all’antico Sacro Romano Impero, ma la lezione rimane valida per l’oggi.

Quello che Macron, ma anche il funerale di Stato europeo per Kohl – svoltosi senza che uno Stato europeo esista – e mille altri fatti ci dicono è che un popolo che si fa istituzione vive di un suo linguaggio, di una sua solennità, di momenti, tempi e luoghi a sé consacrati. Senza di essi, un’istituzione non può esser tale. Rinunciandovi, si intraprende il cammino che – magari lungo – la porta ad appassire.

Le conseguenze da trarre sono, almeno, due. La prima riguarda l’Italia, Paese che sull’onda degli scandali dagli anni ’90 ad oggi si è a più riprese scagliato contro simboli e linguaggi delle istituzioni come aggeggi antiquati, vetusti, da buttar via. Tanti ricordiamo positivamente la presidenza di Carlo Azeglio Ciampi: una parte non marginale del suo settennato fu far riscoprire agli italiani i simboli che sottostanno al nostro vivere comune, come l’Inno nazionale e la festa del Due Giugno. La strada del mettere sempre in discussione tutto, del considerare “istituzione” una brutta parola e simboli e formalità una robaccia del passato, non conduce a maggiore trasparenza ed onestà dei pubblici poteri, ma ad un loro avvilimento a favore di altri e ben meno degni centri di potere.

La seconda conseguenza riguarda l’Europa. Il funerale europeo per Kohl nell’aula parlamentare di Strasburgo non ha affatto sfigurato rispetto al funerale religioso svoltosi poche ore dopo nel Duomo di Spira (XI secolo) ad opera della più antica e simbolica organizzazione esistente, la Chiesa cattolica. Questo dimostra che anche l’Europa ce la può fare, può costruirsi come soggetto istituzionale sovra- (e forse post-)nazionale se raccoglie se stessa anche intorno ad una propria “lingua politica delle forme”, se insieme alle scelte concrete ne intraprende di simboliche. L’edificio di Strasburgo, da tanti vituperato come incarnazione di un inutile sperpero, s’è consacrato a tempio profano dell’unità continentale. Una proprietà che di per sé non basta a nulla, ma che rappresenta un salto qualitativo fino a pochi giorni fa semplicemente insperato.

Edo

Alle amministrative non c’è più Peppone

C’è una cosa che i famosi film su Don Camillo ci mostrano con maestria: quale fosse e dove fosse la scintilla del confronto politico negli anni 1943-‘68, quale ne fosse il suo motore più intimo e profondo. Il confronto e lo scontro politico di quegli anni non nasceva nei palazzi, né di Roma né di Washington né di Mosca, ma dalle dinamiche umane di una provincia lenta a cambiare com’era lenta l’acqua del Po fra le sue anse. Quei film ci dicono meravigliosamente che la politica non termina nelle pieghe più profonde e remote della società, ma vi nasce. 

Da Peppone e don Camillo è passato un mondo, forse anche due. Ma se la provincia è stata dunque luogo di nascita e di genesi della politica, guardandola oggi possiamo forse un po’ vedere com’è l’Italia di oggi. Di tutti gli esiti di queste elezioni amministrative 2017 ne prendo uno non casuale: una città di dimensioni modeste, periferica rispetto alle grandi rotte, morsa sensibilmente dalle crisi economica, demografica e dello Stato. Parlo di Belluno. Qui, su trentadue seggi del Consiglio comunale, i “partiti” classicamente intesi ne hanno presi solo cinque (e tutti d’opposizione), il Sindaco è un “civico” (riconfermato) e lo sfidante pure, un ex assessore ribelle. La città esiste, una forma di politica rimane, i partiti scompaiono. 

Condannare la realtà è un esercizio inutile, cercare di plasmarla è il compito della politica. Di fronte ai fenomeni, non certo nuovi, che ci si impongono davanti in modo sempre più evidente, dare delle risposte è possibile e doveroso. Sezioni e cappelle non torneranno piene sognando un don Camillo dal pulpito o un Peppone che ci arringhi parlando dei “cittadini-lavoratori”. La parte più profonda e forse remota della nostra società è già passata ad una forma di politica diversa, che bisogna avere la capacità di suscitare e coltivare al di fuori delle strutture note. Quale struttura è oggi a disposizione di candidati ed eletti di comunità anche piccole che non si riconoscano nella demagogia ma nel pragmatismo, nella democrazia e – perché no – nell’Europa? Forse il PD? Non scherziamo! Esiste una Chiesa italiana che metta in comunicazione, e magari in formazione, i suoi figli che per vie diverse si occupano delle proprie città e contrade? Neanche col cannocchiale! 

Se domani andate a Brescello in gita, troverete un Comune commissariato. È la miglior metafora di un’Italia che non ha più bisogno di Peppone, ma non trova ancora il suo successore. 

L’Europa per Bologna: un’occasione da non sprecare

Ripubblico qui il mio intervento nel Consiglio di Savena del 12 giugno 2017, a proposito dei finaziamenti “PON Metro” di origine europea, pari a 40 milioni di euro, destinati alle periferie bolognesi.

Signora Presidente, cari colleghi!

L’atto che ci stiamo accingendo a votare, relativo alla programmazione inerente ai fondi PON Metro, differisce profondamente – e nella sostanza – da quello che abbiamo poc’anzi votato sul “bilancio partecipativo”: se infatti quest’ultimo altro che non è un differente metodo decisionale applicato alla allocazione di risorse comunque già presenti nelle casse e nella programmazione comunali, i fondi PON Metro sono invece risorse non proprie del Comune di Bologna, ma derivanti da un altro livello di governo: la Commissione europea, e che vengono assegnate alla nostra Città perché questa ne faccia un uso coerente con gli scopi che quel livello di governo si è dato.

Qualcuno mi ha detto, nei giorni scorsi, che i primi due punti di premessa dell’atto che abbiamo sotto mano – quelli che ripercorrono nascita ed obiettivi dell’Agenda urbana europea – sarebbero “ridondanti”. Essi tuttavia non lo sono: non solo per la ragione sostanziale cui ho appena accennato, ma anche per una ragione ulteriore, che porta con sé un doppio risvolto, politico ed amministrativo: la responsabilità che ha Bologna di saper governare per obiettivi e per programmi, programmi ed obiettivi che occorre sia sapersi dare (e qui sta la politica) sia essere capaci di gestire (e qui sta il risvolto tecnico-amministrativo). Nessuna di queste due capacità è scontata, né in sé, né – mi permetto di dire – nel caso specifico di Bologna.

Un esempio degli ultimi giorni ci aiuta a capire. Fra un anno e mezzo, nel 2019, due città del nostro continente saranno “capitale europea della cultura”, un’opportunità di grande rilancio che Bologna ha già vissuto nell’ormai lontano 2000: l’italiana Matera e la bulgara Filippopoli. Essendo ormai trascorso parecchio tempo dall’assegnazione del riconoscimento e dallo stanziamento dei relativi budget (per Matera la bellezza di 217 milioni di euro), la competente giuria europea è – come di prassi per questa modalità del governare – andata a controllare come titolo e fondi vengono impiegati, assegnando una “pagella” d’encomio ed una di rimprovero. Alla città bulgara è andato l’encomio, mentre la nostra bellissima Matera non si è dimostrata in grado di saper sfruttare l’occasione gigantesca del riconoscimento e di quegli oltre 200 milioni di euro dati ad una città con gli stessi abitanti del solo Quartiere Savena.

Il Comune di Bologna si trova oggi in una condizione di finanziamenti a dir poco fortunata; chi come me faceva già l’amministratore locale nel periodo 2009-2013 non può che avere l’impressione di trovarsi finalmente in un “periodo di vacche grasse”. I fondi derivanti dalla Commissione europea ed assegnati a Bologna nell’ambito del Programma Operativo Nazionale per le Città metropolitane (PON Metro) sono 40 milioni di euro erogati fra oggi ed il 2020. A fianco a questi ci sono, e noi di Savena non possiamo certo dimenticarli, gli ulteriori 5 milioni di euro vinti direttamente dal Comune per la risistemazione di Villa Salus nell’ambito del programma Urban Innovative Actions (UIA). Sommati fanno 45 milioni di euro per il recupero ed il rilancio delle tanto citate periferie, un importo che nelle vecchie lire dà la bellezza di circa 90 miliardi messi dall’Unione europea a disposizione di questa nostra Città in questo mandato.

Anche il prossimo ordine del giorno che voteremo – quello sul dissesto idrogeologico – ci parla di investimenti consistenti e non più di tagli: il Consorzio della Bonifica Renana mette a disposizione ogni anno circa 250.000 € per interventi sulle aree collinari e pedecollinari bolognesi. Anche questa una cifra fino a qualche tempo fa semplicemente inimmaginabile.

Di fronte a questa svolta così importante, di metodo ma soprattutto di contenuto, chi amministra la Città di Bologna – compresi noi tutti! – deve dimostrarsi in grado di gestire bene queste opportunità: ma cosa vuol dire questo “bene”? Cosa indica tale parola in questa specifica modalità di governo, quella della politica per programmi e progetti, che è così tanto diversa dalla vecchia politica delle casse piene e delle conseguenti mani libere per amministratori ed amministrati?

Facciamo un passo molto indietro, fino alla mitologia greca. Forse sapete che il nome “Europa” è dato al continente dalla mitologica figura di bella una donna fenicia che, sedotta da Zeus sotto forma di un toro, diede poi al capo degli dèi tre figli. Due di questi – Radamanto e Minosse – furono re e legislatori di Creta contraddistinti e ricordati per la loro saggezza, tanto saggi da assurgere una volta morti a giudici dell’aldilà: Radamanto lo ritroviamo giudice delle anime in Omero (Odissea, IV, 563-564), mentre Minosse lo vediamo persino dipinto da Michelangelo nel Giudizio universale della Cappella Sistina. Cosa insegna dunque a noi bolognesi del XXI secolo il mito? Che ci può essere una civiltà fiorente e duratura solo se chi cura il lascito di (dell’) Europa si distingue per capacità di buon governo e buona amministrazione, per capacità di costruire basi solide per guardare lontano e farlo con giustizia: cioè distinguendo bene e male (1 Re 3,9; cfr. Discorso di Benedetto XVI al Bundestag, 22 settembre 2011) ed attribuendo con costanza a ciascuno il proprio diritto (Giustiniano: Justitia est constans et perpetua voluntas jus suum cuique tribuendi).

Presidente, colleghi!

Sarà Bologna capace di usare con competenza, lungimiranza e giustizia i nuovi strumenti finanziari che la politica contemporanea le mette a disposizione? La volontà mi dovrebbe portare all’ottimismo, l’esperienza (anche di amministratore locale) mi porta invece ad un certo pessimismo, che qui non voglio né posso tacere. Al di là del giudizio mio una cosa però è certa: la nostra Città ha l’occasione e gli strumenti per fare un grande salto di qualità e per emergere come realtà di punta d’Italia e d’Europa. Questa è l’opportunità che abbiamo davanti. Se questo salto fallisse, se questi fondi venissero usati non per rilanciare Bologna nel suo complesso, ma per accontentare i vari Tizio e Caio nell’illusione di un ritorno elettoralistico, ci sarà certamente e ben prima dell’aldilà un giudice saggio che saprà con durezza giudicare chi si rendesse colpevole di tale occasione perduta.

Grazie.

Concittadini per passione

Ripubblico qui il testo che ho scritto per il numero 1 di “Savena News”, uscito ad aprile 2017, sulla nozione di concittadinanza come motore politico per l’attività dei consiglieri circoscrizionali.

È un onore doppio per me poter presentare, in questo primo numero di “Savena News”, il gruppo “Centrosinistra per Savena”, che costituisce la maggioranza nel Consiglio di Quartiere e di cui dall’inizio di questo mandato sono il capogruppo. In primo luogo perché il “Centrosinistra per Savena” è un progetto di impegno politico ampio, che riesce a coinvolgere persone anche fuori dal perimetro dei partiti e che, nel tempo, ha visto impegnate persone come Virginio Merola, Virginia Gieri, Gaetano Armaroli, Maurizio Ghetti, Marilena Pillati, Matteo Lepore e tanti altri: amministratori che hanno rappresentato con qualità la comunità di Savena.

La seconda ragione sta nello spirito che, oltre a noi, anima questa novità rappresentata da “Savena News”: chi dedica il proprio tempo all’impegno nel Consiglio di Quartiere lo fa per e con passione, da concittadino fra concittadini, tutti egualmente chiamati a condividere il destino di questo lembo di Città. In Quartiere non esistono “voi” e “noi”, “i politici” da una parte ed “i cittadini” dall’altra: questo non solo per una banale considerazione sul passaporto o perché l’impegno dei consiglieri è sostanzialmente volontario e gratuito. La ragione più profonda, che dà forza al nostro Gruppo, è che tutti noi bolognesi, eletti o meno in un Consiglio, abbiamo il dovere di essere cittadini nel senso più profondo della parola, cioè interessati alla comunità di cui facciamo parte. Tale interesse è qualcosa che per nessuno può limitarsi ad uno sguardo alla vita individuale e che quindi ha senso solo insieme, da con-cittadini.

Essere consiglieri avendo questa nozione di concittadinanza per noi significa avere la volontà di rendere comprensibili e ragionevoli le scelte politiche, la capacità di ascoltare ma anche di rispondere, la disponibilità a partecipare ad un processo mai esaurito di progettazione di una Città, del suo presente e del suo futuro. Il nostro lessico, se ne sarà accorto chi ha letto il nostro programma di mandato e le nostre prime delibere, è tutto in positivo: non perché manchino i problemi, quanto perché non sono quelli a qualificare nessun uomo e nessun luogo, bensì la voglia di risolverli. Che è sempre la cosa più difficile, ma anche quella più giusta.

Chi parteciperà alle Commissioni di Quartiere, come sempre aperte a tutti, o alle altre forme di partecipazione si renderà conto, spero, che in Quartiere non c’è una sètta di potenti dedita a tramare sopra le teste di qualcuno, ma un gruppo di persone che mettono a disposizione se stesse ed il proprio tempo per cose magari piccolissime, ma con il grande obiettivo di rendere sempre più capace di futuro la nostra Città.

Se quindi qualcosa ci presenta e ci qualifica, come Gruppo “Centrosinistra per Savena”, è l’essere tutti concittadini per passione.